CONTINUARE A STRINGERE MANI. LA CAMPAGNA DI FASSINO E IL DOPO ELEZIONI di Carlo A. Marletti
In attesa che i ballottaggi, e in modo particolare quelli di Milano e di Napoli, ci forniscano ulteriori elementi di chiarimento circa i rapporti fra le forze politiche, e ci diano indicazioni su quello che dobbiamo attenderci a livello nazionale, non sarà inutile svolgere ancora qualche riflessione sull’andamento della campagna elettorale a Torino, conclusasi con la netta vittoria di Piero Fassino.
Due considerazioni s’impongono in proposito. La prima è il giudizio su questa campagna, la seconda riguarda la fase che si apre dopo il responso delle urne. Alcuni osservatori sostengono che sia stata una campagna piatta, poco interessante, il cui esito appariva praticamente scontato già in partenza. Ma il problema non era se Fassino avrebbe vinto o no, cosa che in effetti era abbastanza prevedibile, a meno di sorprese. Piuttosto, la vera posta in gioco, come osservavo nel mio precedente editoriale per l’Osservatorio, era se Fassino sarebbe passato al primo turno e se sì con quale margine di vantaggio. Non bisogna dimenticare, cosa che Fassino stesso ha ripetuto, che le liste presentate alle amministrative torinesi erano numerose e la situazione era molto frammentata, per cui favoriva la dispersione dei voti, accrescendo la difficoltà per il primo dei competitori.
La mia impressione è che coloro i quali ritengono poco interessante questa campagna si limitino a considerare gli aspetti di spettacolarizzazione, cosa che è certo importante a livello nazionale, ma molto meno nelle competizioni locali. Basti pensare, ad esempio, al ruolo della televisione, che nelle competizioni regionali e comunali non può incidere come nelle elezioni politiche, a causa della diversificazione e delle peculiarità territoriali di ogni collegio. Da questo punto di vista il fallimento del tentativo berlusconiano di gestire la sfida delle amministrative secondo logiche di campagna nazionale, tutto basato su un presenzialismo televisivo esasperato e su grandiosi effetti annuncio, se si ripeterà anche al secondo turno si può ritenere un caso di scuola.
I TgR che hanno un’audience rispettabile sul proprio territorio, o le pagine locali di testate che pure raggiungono un pubblico di lettori molto ampio, come “La Stampa” a Torino, sono comunque tutti mezzi che raggiungono soloo un settore relativamente limitato di pubblico locale. Per far presa sulla maggioranza del corpo elettorale servono di più gli eventi e gli incontri organizzati dalle staff dei candidati, le strette di mano e la presenza dei leader ai mercati rionali e nei luoghi d’incontro dei quartieri. E soprattutto serve la rete che il candidato riesce a costruire tramite i contatti con associazioni, di categoria e di volontariato, e con personalità rappresentative di settori rilevanti dell’economia e della cultura.
Dal punto di vista della spettacolarizzazione delle campagne locali, una novità interessante – che però vale soltanto per comuni di dimensioni metropolitane – è l’iniziativa presa da Sky dei confronti in diretta televisiva tra i due competitori più accreditati. Benché queste trasmissioni non abbiano un ascolto di massa vero e proprio, esse tuttavia fanno rumore e vengono riprese dai giornali, non solo nelle pagine locali. Si innesca così una circolazione del messaggio che ha un alto grado di penetrazione nel corpo elettorale, attraverso microcircuiti informali, dai bar sport ai giri amicali sino agli ambienti di lavoro e tempo libero, oltre alle discussioni familiari. Ma perché ciò avvenga occorre che il confronto fra i candidati si faccia incandescente e vi siano degli incidenti clamorosi, come è avvenuto nel faccia a faccia milanese tra la Moratti e Pisapia. E proprio un caso come questo mostra quanto i rumors e le reazioni d’opinione che ne conseguono siano difficili da gestire e possano provocare effetti bomerang. In confronto, i duelli torinesi tra Fassino e Coppola, il candidato del centrodestra, si sono generalmente svolti in punta di fioretto, per così dire, con un aplomb avversariale da far invidia a gentiluomini britannici.
La spettacolarizzazione rappresenta solo una dimensione delle campagne, e per quanto importante spesso ha solo effetti di superficie. Dietro lo show e i fuochi d’artificio si deve guardare alla macchina elettorale, al marketing e soprattutto agli interessi che sono in gioco e alle alleanze e i conflitti che ne discendono. Dal punto di vista comunicativo contano grandemente le tematizzazioni, il framing della campagna. Fassino e il suo staff hanno saputo posizionarsi su un terreno vincente, quello del cosiddetto “modello Torino”, l’alleanza fra ceti produttivi, lavoratori e giunte di centrosinistra, già sperimentata da Castellani e Chiamparino. Un tema molto più solido e consistente delle polemiche sui giovani e sui vecchi da rottamare. Dopo la fusione tra la Fiat e la Crysler, che porta il Lingotto a guardare Oltreoceano, la città aveva bisogno di rassicurazioni. Fassino ha saputo collocarsi nel punto intermedio fra continuità e cambiamento risultando credibile, per la sua esperienza e competenza politica, a proporsi come un leader all’altezza della difficile fase di negoziazione che si aprirà con il colosso globalizzato dell’auto.
E bisogna anche dire che questa tematizzazione è stata sostenuta da alcuni sapienti tocchi d’immagine, dal logo “Gran Torino”, ripreso da un noto film di Clint Eastwood del 2008 e dal nome di una fuoriserie della Ford, oltre che dai colori della torinesità, il giallo e il blù, ridisegnati con tonalità brillanti e contrastate, che spiccano sul grigio delle tribune e nelle sale affollate dei dibattiti. L’occhio, si sa, vuole la sua parte. Quello che poteva essere un handicap, e cioè la figura segaligna, il volto scavato di Piero – che gli amici chiamano “grissino” – è stato aggirato facendo trapelare con discrezione un suo lato di charmeur, di duro dai modi gentili, che si fa apprezzare dai maschi e non dispiace alle signore. In confronto il centrodestra ha espresso ben poco, sia sul piano della tematizzazione che dell’immagine. Del resto Coppola, il competitore di Fassino, ha dato più volte l’impressione di stare lì perché doveva e non per sua ambizione, gliel’aveva chiesto il partito. A suo merito va riconosciuta una condotta di campagna sostanzialmente corretta, senza forzature del proprio limite competitivo.
Quanto alla seconda considerazione di cui parlavamo all’inizio, dopo la vittoria si apre ora una complessa fase nuova, insieme politica e d’immagine. Il successo di Fassino da un lato ne rafforza il potere decisionale e negoziale, riducendo il peso delle intermediazioni. Ma nello stesso tempo accresce anche le aspettative su di lui. Governare una metropoli come Torino non è semplice, specie in una fase di transizione come questa. Rischia perciò di aprirsi una forbice tra le promesse elettorali e le politiche attuabili. Efficace come slogan, la proposta avanzata da Fassino di fare di Torino la capitale della conoscenza e della ricerca, resta per ora una prospettiva tanto suggestiva e apprezzabile quanto ancora vaga e da riempire di contenuti concreti. La rapidità con cui il neo sindaco riuscirà a definire la composizione politica della giunta – e quindi, della rappresentanza di interessi, già fornirà un segnale importante sulla capacità del nuovo Primo Cittadino. L’uomo per altro è abile e ha dimostrato in passato di saper fare bene il proprio mestiere politico. Forse non sarà una facile luna di miele, quella di Fassino, nella Torino che vuole continuare a cambiare. Ma al di là dell’ossimoro e degli slogan una cosa sembra averla meditata e capita, a giudicare dalle sue prime iniziative post elettorali, e cioè che nella fase attuale per essere efficace la comunicazione politica non può limitarsi a effetti speciali e poi chiudersi nel cerchio autoreferenziale delle trattative e delle negoziazioni intra-elite, per quanto importanti. Bisogna continuare a stringere mani, tenere aperto il Comune ai cittadini, allargare il concetto di stakeholders, i “portatori d’interessi”, e fare della consultazione popolare lo strumento per una democrazia civica che dal locale miri a rigenerare la politica nazionale.
